Il canto della coturnice

scritto da giorgiog1
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Testo: Il canto della coturnice
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Nella poesia "A mia madre", Eugenio Montale immagina un coro di coturnici che accompagna il sonno eterno, “rotta felice schiera in fuga verso i clivi vendemmiati del Mesco”.
È un’immagine sorprendente: la coturnice, uccello terricolo e schivo, trasformata in stormo migrante che plana verso i vigneti di Monterosso. Una licenza poetica, certo, ma non priva di risonanze antiche. Per i Greci, infatti, la coturnice era capace di allontanare maghi e spiriti maligni: un animale di confine, protettivo, legato alla terra e agli uomini.
Per secoli la coturnice ha condiviso lo spazio con agricoltori e pastori, muovendosi tra pascoli, pietraie e pendii assolati.
Il suo nome scientifico è Alectoris graeca, ordine Galliformi, famiglia Fasianidi.
In Europa assume nomi diversi – bartavelle in Francia, steinhuhn in Germania, rock partridge in Gran Bretagna – e in Italia si frammenta in una costellazione dialettale che racconta la sua diffusione montana: bartavela d’osta, pernis d’muntagna, coturniss, pernix coumbea, pernici. Tre le sottospecie presenti nel nostro Paese: A.g. graeca, A.g. saxatilis, A.g. whitakeri, quest’ultima endemica della Sicilia.
La coturnice è celebre per il suo canto: sonoro, ritmato, quasi stridulo, soprattutto all’alba e al crepuscolo. Nella stagione degli amori diventa instancabile, tanto da aver alimentato il luogo comune della “femme bavarde”, la donna chiacchierona. Agile e combattiva, preferisce correre sul terreno, ma sa rifugiarsi sugli alberi quando serve. Non è una grande volatrice: il suo volo è breve, rapido, rumoroso, più fuga che spostamento.
Misura circa 35 cm, con un’apertura alare di mezzo metro. Il piumaggio è un mosaico di grigi, bruni e rossicci; zampe e becco sono rossi; un anello nero corre dal collo agli occhi, come una maschera naturale che ne accentua lo sguardo vigile.
Specie tendenzialmente stanziale, frequenta le Alpi, l’Appennino centrale e meridionale, e in Sicilia è presente tutto l’anno.
 Ama i pendii pietrosi, la vegetazione rada, i versanti assolati. In inverno si raccoglie in brigate anche numerose; in primavera le coppie si isolano. Nidifica tra i 500 e i 2700 metri, spesso in semplici buche nel terreno coperte da erbe secche o riparate da un masso. È sorprendentemente prolifica: fino a 15 uova, anche due volte l’anno, covate da entrambi i genitori in due nidi distinti. I pulcini si nutrono di gemme, bacche, germogli, insetti e larve. Sulle Alpi può spingersi fino a 2700 metri, dove trova gemme di ginepro e altri arbusti alpini.
La coturnice oggi è minacciata da diversi fattori: cambiamenti climatici e riduzione degli habitat aperti, un tempo mantenuti da agricoltura e pastorizia; ricolonizzazione forestale delle aree di nidificazione; rilascio venatorio di individui allevati e spesso ibridati con specie orientali, meno adatti alla vita selvatica; parassitosi diffuse; prelievo venatorio eccessivo, soprattutto nelle regioni alpine.
La caccia avviene lungo dirupi e pareti scoscese, con cani da ferma. La coturnice, abilissima pedinatrice, corre per lunghi tratti sui terreni impervi e si alza in volo solo se costretta.
Curiosa è la credenza secondo cui le sue uova, ricche di una particolare glicoproteina, avrebbero proprietà utili contro le allergie da polline: una tradizione che affianca quella, più nota, delle uova di quaglia.
La coturnice è un animale che porta con sé un’idea di montagna aperta e luminosa.
Dove scompaiono pascoli e radure, scompare anche lei.
Eppure, come nel verso di Montale, continua a evocare un movimento, una fuga luminosa verso i clivi assolati.
 Una presenza discreta, ma tenace, che racconta il fragile equilibrio del nostro territorio.

Il canto della coturnice testo di giorgiog1
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